Carte di credito, il pasticcio della tracciabilità del decreto sviluppo

Ecco un altro pasticcio all’italiana di cui si saranno sicuramente accorti i commercianti e gli esercenti che accettano pagamenti elettronici: quando il pagamento viene effettuato con carta di credito, di debito o prepagata emessa da un Istituto Italiano, si gode di un esonero dalla comunicazione dei dati relativi alla transazione. Un esonero che viene concesso in virtù dell’articolo 7 del Dpr 600/73 secondo quanto disposto dal recente decreto sviluppo (Dl 70/11, articolo 7). La norma sarebbe intesa ad agevolare i rapporti tra clienti e fornitori, rendendo di fatto le transazioni effettuate con le carte non tracciabili. Cosa che, invece, non avviene se si paga con assegno o bonifico bancario.

I problemi, però, arrivano dagli strumenti elettronici che invece non sono stati emessi in Italia, e riguardano pertanto tutti i potenziali clienti stranieri, che sono soggette a monitoraggio e – dunque – il commerciante è obbligato alla comunicazione dei dati dell’acquirente.

Al di là dell’evidente discriminazione di trattamento, il problema diventa pratico: se l’acquirente straniero non è munito di Codice Fiscale (non tutti i Paesi lo usano), allora all’esercente spetta l’ingrato compito di chiedere i dati personali al suo cliente: nome, cognome, data di nascita, comune o stato estero di nascita, provincia di nascita, stato estero del domicilio fiscale.

Per non parlare del fatto che per gli esercenti non è sempre immediato riconoscere carte emesse da filiali estere di multinazionali che operano anche in Italia. E si ritrova quindi, con la responsabilità di controlli che non dovrebbero gravare su di lui.

Per ora, però, il legislatore “prende atto” ma non risolve.

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