Le tasse prelevate dalla carta di credito per salvare le casse degli enti

Ne avevamo già parlato poco tempo fa: il Piemonte è stata la prima regione italiana ad adottare la carta di credito per finanziare la Cultura pubblica, con una speciale carta con la quale i cittadini contribuiscono – ogni volta che la utilizzano – a “donare” parte della loro spesa ai fondi per la cultura piemontese. Insomma, se non si sta grattando il fondo del barile poco ci manca: sostanzialmente si chiede al cittadino di auto-tassarsi per colmare i deprimenti bilanci pubblici e non permettere che le nostre bellezze artistiche vadano distrutte.

L’AUTO-TASSAZIONE CON CARTA DI CREDITO

L’idea è naturalmente piaciuta, così tanto che l’assessore al Bilancio della Regione Piemonte, Giovanna Quaglia, e il responsabile della Cultura, Michele Coppola, hanno provato ad adattare alla realtà regionale strumenti fiscali che fossero utilizzabili anche a favore di altri enti locali o per settori specifici. Nella finanziaria regionale approvata l’altro giorno dalla giunta Cota, infatti, è stata destinata una percentuale dell’addizionale Irpef regionale alle attività culturali ed è stato approvato anche il progetto del finanziamento tramite carta di credito dedicata su quattro circuiti bancari: Visa, Unicredit, Le Poste ed American Express gestiranno il servizio. La quota riservata all’Irpef sarà lo 0,1%, che si stima renderà circa 40milioni di euro per le casse dello Stato. Quello che Coppola ha definito «un finanziamento certo per le attività culturali senza aumentare le tasse».

E GIA’ SI LITIGA…

E se l’idea della tassazione volontaria del cittadino ha unito i consensi dei politici, già invece si litiga su come spartire i soldi così raccolti (che ancora non ci sono): c’è chi vorrebbe farli confluire in un fondo unico regionale da gestire come assessorato e c’è chi vorrebbe invece «aprire un confronto con gli altri enti locali e le fondazioni bancarie per individuare progetti condivisi e prioritari per poi finanziarli insieme». Oppure chi vorrebbe destinarli «ai servizi primari come sanità ed assistenza».

E IO PAGO…

In tutto questo, tutti ammettono che la filosofia che ispira questo nuovo modo (guai a chiamarle “tasse”) di prelevare denaro dai cittadini comporta che il cittadino paghi di più, ma almeno sa per che cosa saranno utilizzati quei fondi. Già… bella consolazione. Ma non dovrebbe essere questa la norma per spendere i soldi pubblici, sempre?

 

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